Recensione - Beccariana

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La Palma

UN PREZIOSO VOLUME DALLA SICILIA

L'ALBERO DELL'ANIMA

La palma come archetipo polivalente della civiltà mediterranea


Non è cosa nuova che chicche di varia cultura risultino spesso a non dir prevalentemente frutto rischioso della cosiddetta editoria minore, ma un libro come questo non si vedeva né si sperava, per quanto ci riguarda da un pezzo.

La meraviglia in parte può contenersi badando al fatto che ci ha messo mano un individuo come Francesco De Santis uomo ed educatore di poesia degno di ben altra epoca e fortuna. Fortuna oltre il fatto intendiamo di aver scovato proposto e accompagnato in pubblicazione il testo squisito e accurato di Salvatore Cusa su "La palma nella poesia, nella scienza e nella storia siciliana": un testo che, per l'alta suggestione di letterarietà che emana, permette anzi richiede di parlarne come di un'opera estetica, in opportuna e intensa consonanza col rigore scientifico e la puntualità metodologica e documentaria dei suoi contenuti.

C'è infatti una diffusa atmosfera alchemica che avvolge il lettore dalla prima all'ultima riga, in una specie di intercambiabilità fruitiva fra prefazione e testo, fra testo e note, fra modo e contenuto dei discorsi, e l'insieme del tutto via via si assesta in figura di mondo pervio e alleato, quasi un sistema vivo di cui si è parte, tanto consono all'essere che alla fine si ha impressione non solo di essere nati, ma anche di conoscere qualcosa d'importante, di eterno, di protettivo, e tale sol perché lo si conosce, producendosi un dio che, se è una palma, risulta più leggibile che mai nella ricchezza delle sue allusioni.

Allora c'è un effetto che corrisponde all'atmosfera alchemica di cui sopra: il risultato d'un affettuoso excursus nella physis presocratica, estesa qui alle forme della memoria e a un teatro di archetipi linguistici e iconografici, spesso operanti in preziose etimologie, che sono il DNA della nostra epopea.

Il fragrante, purissimo italiano ottocentesco del Cusa (con gradevole effetto di straniamento rispetto al detto) e la virtuosa pacatezza di scrittura del De Santis ci consegnano un documento di bella prosa scientifica il cui coefficiente sapienziale è intrinseco alla perentoria miticità dello stesso oggetto trattato (e si ripensa a Empedocle, a Eraclito, a Vico e magari, fra noi, a Bonaviri e a Sanesi), dovuto anche alla forza necessitante dell'uomo intero, il poeta, che, quando guarda, aumenta il visto con la sua passione. Il mito è ineludibile in tal senso, prova, - appunto - d'autore.

Dalla memoria filogenetica, rovistata come un banco di stracci, emergono caleidoscopicamente schegge di imprinting fisico e psicologico, dotate di un tropismo che le induce a comporsi in figure, sempre palme o qualcosa che le presuma: perfino chi scrive davvero non si aspettava di essere tanto arabo, ma forse in noi (noi arabi minori almeno a palme) l'appartenenza al mondo della Fenice è garantita solo dal desiderio, e qui par che basti: uno spunto non poco inquietante.

Un plauso all'editore per ogni parte di suo dominio. Quanto alla fondatezza di giudizi tacciabili di buonismo, è inevitabile leggere per verificarla, pur non essendo questa la ragione più importante per cedere a un'esperienza tanto gustosa quanto nutriente. Ma tu guarda la critica, che ricatti!

Sangiuliano


 
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