Introduzione - Beccariana

Vai ai contenuti

Menu principale:

La Palma

Di nessuna pianta l’uomo si è tanto occupato, e dalla notte più profonda del suo tempo, come della palma, e non proprio botanicamente, ché anzi la palma, nel senso di specie o ancor più di famiglia è mal conosciuta: si parla di chiamare Palmae l’ordine e non la famiglia, tanto, in botanica, gli aspetti tassonomici di queste piante non sono chiari.
Ma perché tanto interesse ? Cos’è che l’uomo cerca nella palma “considerata una particolarità biologica e naturale, quasi a metà tra il mondo vegetale e animale, oggetto di una vera sacralizzazione ?”. “Le gigantesche ed imponenti sue forme, svelte ad un tempo e leggiadre, il suo color verde perenne, la morbidezza de’ suoi rami, la delicatezza delle sue foglie, tutto concorre a formare di essa il tipo, diremmo quasi, il più perfetto degli esseri, che più si accostano a quei, che, oltre la vita, sono d’anima dotati ”.
Apparse nel cretaceo circa centoventi milioni d’anni orsono, le palme si sono subito impadronite degli spazi del pianeta di cui hanno poi seguito le vicissitudini climatiche. Gli areali alle varie specie favorevoli si sono poi ristretti e quindi esse, evolvendosi, si sono caratterizzate sempre di più al luogo, si sono endemizzate, cosicché, generalmente, delle circa 3.000 specie attuali ognuna insiste o su di una piccola e sola isola, o su di un territorio relativamente ristretto. A questa regola fanno eccezione pochissime specie che insistono su ampi spazi e che sono definibili “plantes à civilisations”: Palma da Cocco, Borasso, Palma da dattero, ed in una certa misura Palma da Olio in Africa Tropicale e Mauritia flexuosa in sud America. Per la Palma da Cocco sono contati 360 usi domestici, per il Borasso 801 utilizzazioni sono inventariate in un poema hindu scritto in lingua Tamil, per la palma da dattero 365 usi, tanti quanti i giorni dell’anno.
Ovunque sul globo ogni singola specie ha stabilito con l’uomo del luogo uno stretto rapporto di simbiosi. Per la Metroxylon rumphii, la palma del sago dei Malesi, qualche decennio scorso furono fatte le seguenti considerazioni: “se si calcola con larghezza che una palma da sago occupa 30 mq. di terreno e matura in quindici anni, basterebbe un ventesimo di ettaro investito a palmeto per assicurare l’alimentazione di un indigeno vita natural durante; se su un altro ventesimo di ettaro questi coltivasse qualche palma da cocco, un pò di frutta e ortaggi e dei bambù e inoltre allevasse qualche gallina o majale, esso potrebbe con un solo decimo di ettaro fare fronte a tutti i bisogni ed esigenze della sua vita, cioè alimentazione completa e materiali di costruzione per l’abitazione, il tutto con un lavoro molto limitato e con la possibilità di provvedere anche all’abbigliamento mediante vendita o scambio di qualche prodotto esuberante ”.
Dalle palme ancora oggi “le popolazioni metropolitane ritraggono prodotti d’uso industriale quali olii e grassi (Cocos, Elaeis), corozo (Orbignya) e avorio vegetale (Phytelephas, Hyphaene), fibre di rafia (Raphia) e piassava (Attalea), alcool, mangimi e fertilizzanti; oppure d’uso alimentare (Phoenix dactylifera) od ornamentale. Le popolazioni indigene hanno nelle palme la base principale del loro sostentamento e le sfruttano integralmente mediante utilizzazioni innumerevoli e svariatissime; così ne ritraggono: alimenti (sago, palmito, frutta, olio, burro, miele, zucchero), bevande analcooliche (acqua di cocco) e alcooliche (vino di palma, acquavite di palma), condimenti (aceto, sale), prodotti masticatorii, stimolanti e medicinali, olii non essiccativi da illuminazione, per sapone e da toeletta, materiali d’intreccio (fibre per cordami, reti da pesca, lacci, sacchi, ceste, stuoje, cappelli), materiali di copertura e costruzione (fronde, rachidi e stipiti per intestura delle capanne, fibre per calafataggio delle imbarcazioni, materiali costruttivi per mobili, attrezzi casalinghi, canne da pesca, archi, frecce, sarabatane, lancie, condutture di acqua), prodotti tintorii, materiali d’esca e combustibili, etc. etc. ”.
Per l’uomo che si insediò nel Medio Oriente il rapporto di simbiosi si stabilì con la Phoenix dactylifera, la Palma da dattero, e fu così stretto che questa specie di palma fu plasmata dall’uomo al punto tale da non poter più distinguere i suoi progenitori selvaggi, rimasti sconosciuti.
Così quando la Palma da dattero, l’albero sacro per le civiltà che ci hanno generato, entra nella storia, ha già un lungo passato di compagna per l’uomo. Bassorilievi Babilonesi illustrano la fecondazione delle palme ad opera di uomini vestiti da uccello: “già nei testi cuneiformi la Palma veniva paragonata al re. E quando alla metà del XIX sec. i primi scavi eseguiti in Asia occidentale rivelarono la civilizzazione Assira, l’attenzione degli studiosi fu attratta dall’immagine di uno strano simbolo vegetale, circondato di re, di geni, sormontato dal disco alato; questa rappresentazione fu identificata come Albero della vita o Albero sacro e apparve subito come un simbolo di un alto portato religioso ”. Nella religione egizia fa da protagonista, poi entra di prepotenza nelle tre religioni monoteiste del bacino del mediterraneo.
“... e Dio fece la palma con il meglio dell’argilla rimasta dalla costruzione di Adamo, e la destinò a compagnia di quel primo uomo nel Paradiso ”, quindi”...è la palma che riserba nel paradiso al vero credente: il quale sotto ad essa, alle limpide acque del vivo ruscello, potrà carezzare le vergini dagli occhi casti e neri, che non furono, da uomo o genio, giammai toccate ”.
Al nostro tempo, la psicoanalisi ritiene che nell’inconscio dell’uomo v’è l’archetipo della palma quale progenitore, e più ancora dice che l’anima stessa dell’uomo è la palma e che poi l’inconscio non è altro che l’ombra di quella. Presupposti preziosi per la comprensione delle mille facce del rapporto uomo - palma, dal simbolico al religioso, nelle varie contrade del mondo e con uomini e palme a queste relative.
Da tal punto prospettico acquisiscono valore le seguenti leggende:
Nelle isole del Pacifico del sud. «Le cocotier jaillit de la tête de l’homme; la coque était le crâne, la bourre, les cheveux et les rainures de la coque étaient les sutures du crâne qui se rejoignent à la base de la noix: les deux petits trous étaient les yeux, le grand trou d’où s’élance la jeune pousse était la bouche. Les larmes devinrent l’eau contenue dans la noix et le cerveau devint le «iito», matière spongieuse qui pousse à l’intérieur, absorbe l’eau et nourrit la jeune plante. Les côtes devinrent les feuilles et le sang devint la sève de l’arbre» .
Nella penisola della California. «Les indiens Cahuilla de Californie du sud rapportent cette légende pour expliquer la présence du Washingtonia dans leur région: un de leurs ancêtres, chef de tribu, se sentant près de mourir voulait encore aider son peuple, il leur dit: “je vais devenir un palmier. Il n’y a pas de palmier dans le monde. Mon nom sera désormais Moul’ (le palmier). Ensuite il se tint très droit, très fort, très puissant et l’écorce commença de remplacer sa peau, et des palmes vertes jaillirent du sommet de sa tête”» .
Per le civiltà del vecchio mondo la palma è perno del cosmo. “Il mondo ruota in senso inverso alla volta celeste intorno all’asse cosmico (rappresentato nelle oasi del Sahara da una triplice sequenza di losanghe, schematizzazione di una palma con due germogli ai lati ”. Le stagioni, il movimento della sfera celeste, il susseguirsi insomma delle cadenze che individuano il tempo sono foglie e poi fogliole di palma, ecco dunque la palma perno del cosmo che ritma il tempo, il solo possibile, quello di tutto il cosmo.
Albero di luce, la palma è l’albero della vita e come tale, supporto al mito dei miti: “l’immortalità”. Si manifestò ad Eliopolis presso gli Egizi il culto del Sole in modo esplicito. Il Grande Anno egizio era fissato a 1461 anni ed al suo termine si rigenerava l’intero Cosmo. La Fenice, mito della rinascita, infinitamente più bella del pavone più splendido, è un uccello legato al culto del sole, anch’essa vive 1461 anni, poi brucia in un rogo appiccato da un sacerdote del Dio Sole ad Eliopolis e rinasce dalle sue stesse ceneri. È riportata da Plinio la notizia che a Cora nel Basso Egitto una palma moriva e nasceva con la Fenice. Phoînix  in greco era chiamato sia l’uccello mitico della resurrezione che la palma; per alcuni è comunque da ritenersi forzata l’associazione tra uccello e palma, rimanendo solo una convergenza di termini. A nostro avviso il nesso è invece stretto.
Per il cristianesimo che intervenne ad interpretare i miti esistenti, la Fenice è sempre raffigurata posta su un ramo di palma: la palma da dattero, palma sacra. La resurrezione, simbolizzata dalla Fenice e la palma sono intimamente legate. Una splendida ed inequivocabile testimonianza è riportata nel mosaico dell’Abside di San Giovanni in Laterano a Roma. Qui, in un’opera di Jacopo Torriti del 1294 ma riferita ai tempi primitivi della chiesa, volendosi effettuare il collegamento tra il precristiano ed il cristiano, sono evidenziati i rapporti tra i simboli. Nel cuore della montagna del Paradiso delimitato da quattro fiumi, a destra “Tigris” ed “Eufrates”, a sinistra “Fison “ e “Gion” c’è il giardino dell’Eden, alla porta del quale il cherubino San Michele difende l’ingresso con la spada in mano. All’interno delle mura di recinto e svettante sulla città, l’albero della vita, la palma, su cui trionfa la Fenice simbolo della resurrezione, tutt’intorno le anime dei giusti. In alto, verso il cielo sul lago da dove sorgono i quattro fiumi del paradiso, in corrispondenza alla palma v’è la croce gemmata che porta al centro un medaglione con il battesimo nel Giordano di Cristo. Cristo corrisponde alla Fenice. Sopra tutto v’è lo Spirito Santo. Il rapporto Croce = Palma e Cristo = Fenice viene poi ritrovato sempre a Roma in altri antichi mosaici (Abside della Basilica di Santa Prassede del IX secolo, Abside della Basilica di Santa Cecilia del IX secolo, Abside della Basilica di San Clemente del XII secolo). Anche nell’Islam la palma sacra è in rapporto con il paradiso. “Tutte le palme derivano, nella tradizione islamica sciita, da quella portata da Adamo dal Paradiso e piantata alla Mecca ”.
Un mitico uccello, il sole, il fuoco e la rinascita sotto forma di palma sono poi gli elementi di un mito delle Isole Seychelle: “E il giorno dopo la creazione un uccello di gigantesche proporzioni s’innalzò, per il suo primo volo, verso il sole. Nel suo salire l’uccello perse una piuma che navigò a lungo nell’aria, infine toccò il suolo, qui essa trovò terra buona e fertile e diventò così la magnifica palma dalle foglie intiere e perfettamente formate come le piume del gigantesco uccello dei tempi passati ”.
I rapporti tra palme e uccelli mitici non sono una coincidenza. “Se tutti gli alberi hanno una vocazione aerea, se tutti gli alberi palpano l’aria con le loro foglie, le palme sono le più prossime a quei grandi amanti dell’aria che sono gli uccelli. V’è una parentela strutturale tra l’ala ed una foglia di palma; e forse questa è lo schizzo, la prova di quella... ” e “..la palma ...gaia e folle sembra ad ogni istante voglia spiccarsi dal suolo ”.
Ma, della palma, al di là di ciò che v’è scritto nell’inconscio, il rapporto che più affascina l’uomo è quello con le geometrie del divenire. La palma a differenza degli altri alberi si comporta come instancabile segna tempo. “Il tronco di palma è fatto di ricordo, successione di ricordi dei desideri esauditi delle sue foglie... ”. “La sua struttura è delle più semplici, la sua durata è continua... la palma ti si presenta in una forma che non ha limiti; essa aumenta sempre le sua anella spirali, alle vecchie foglie incessantemente sostituisce altre nuove e verdeggianti e, sempre più sublimandosi, accenna di voler toccare i cieli, quasi per legar con essi la terra. ”. Nella palma “sono sintetizzate le regole del cosmo...la qualità spazio-temporale dell’albero dona la possibilità di percepire in una stessa vita l’evoluzione del cosmo attraverso il suo rigenerarsi nello sviluppo ”. “Questa pianta sorella di Adamo... cela dei segreti straordinari come non ne cela alcuna altra ”; la palma, metronomo del Cronocratore, essere a perfetta geometria, orologio del cosmo fra noi, ora annuncia all’uomo l’ingresso al terzo millennio.

Salvatore Cusa ci parla di storia, scienza e poesia della palma in Sicilia, isola ombelico del Mediterraneo ove risuonano amplificate le valenze della palma.  Nella storia di Sicilia, la palma dell’uomo, la palma sacra, è anche e soprattutto qui la Phoenix dactylifera; la palma del luogo è invece ‘Giummara’ (dall’arabo) o ‘Ciafagghiuni’ (dal greco): la Chamaerops humilis  della botanica.
Della Phoenix dactylifera ci parlano le monete della zecca punica di Sicilia, i mosaici della Zisa e della Sala di Ruggero a Palermo; notevole è la palma-sorgente dell’acqua della vita, colonna ideogramma pre-islamico nel Chiostro dei Benedettini di Monreale. Poi, con l’avanzare della storia, gli esempi diventano innumerevoli.

Dalla storia derivano le tradizioni ed oltre alle tradizioni italiane, in Sicilia vi sono quelle tutte locali sulla palma. È tradizione il nome di Palma, nome di donna corrispondente al biblico Tamara (la parola ‘palma’ deriverebbe dal semitico Tamr); è tradizione il dono di una palmetta d’oro a spilla, simbolo di verginità, alla giovane cresimanda ed è tradizione la palma piantata davanti al casolare simbolo dell’unità della famiglia: tante foglie, una sola pianta che cresce con orgoglio e rigoglio.

Dalla storia egualmente vengono superstizioni e riti magici: “...in Sicilia, si cacciavano le streghe che apparivano a mezzogiorno tagliando con forbici di acciaio tre foglie di palma e recitando contemporaneamente questa formula magica:

Chista parma sientu tagghiari,
E la tagghiu ‘n campu e’n via,
Cu voli mali a la casa mia.


Un’altra cerimonia magica, propiziatrice della fecondità dei campi, cominciava con la benedizione delle palme nella omonima Domenica. Poi la sera del Sabato Santo i contadini accendevano un bastone al nuovo fuoco del cero pasquale e si recavano a casa ponendolo nel camino con le palme benedette. La cenere delle palme e del bastone che aveva portato il fuoco novello veniva mescolata, all’epoca della seminagione, alle sementi.

È infine, nel gennaio del 1998, in occasione della cerimonia di inaugurazione di una mostra d’arte sulle palme all’Orto Botanico di Palermo, che abbiamo appreso un’usanza della palma che sino a tempi non remoti si teneva in Sicilia ed a noi totalmente ignota. Nei trapassi travagliati e carichi di troppa sofferenza, era imperativo fornire al moribondo un sottoguanciale di tronco di palma. La motivazione più probabile ci sembra essere la compagnia dell’albero della vita e della resurrezione quale sollievo alle pene del trapasso.

Per la scienza: già quando Salvatore Cusa scrisse “il Libro attorno alle Palme”, a proposito dell’Orto Botanico di Palermo disse che sarebbe stato “opera molto lunga e fuori argomento, il riportar l’elenco di tutte le specie di palme che si coltivano” ora il compito sarebbe ancor più arduo. Ci piace sottolineare che questa prestigiosa istituzione, ove la scienza botanica vive oggi con l’informatica il tempo reale delle comunicazioni del progresso scientifico globale, è tuttavia il solo luogo in Europa ove si possono ammirare esemplari di tante rare specie di palme coltivate in pien’aria: dalla Bismarckia nobilis del Madagascar alla Rhopalostylis sapida dell’Australia, dalla Serenoa repens della Florida al Trithrinax campestris dell’Argentina.

Mentre Salvatore Cusa alla data di pubblicazione de “Il libro intorno alle palme” (1873) faceva riferimento scientifico al grande botanico Von Martius (1794-1868) che si occupò in modo magistrale di palme, Odoardo Beccari (1843-1920), sicuramente il più grande palmologo di tutti i tempi, appena trentenne stava esplorando la Nuova Guinea, Celebes, le Molucche, Giava. Scriverà poi in modo scientificamente superbo di palme. Dopo di lui verrà H. E. Moore (1917-1980) a dare un ordine alla sistematica di queste piante; e siamo così giunti ai nostri giorni con la citata problematica di tassonomia.

La poesia infine. Salvatore Cusa riporta canti in vernacolo di vari poeti siciliani nonché i versi del poeta arabo di Trapani Abd-al-Rahmân ‘ibn abi al Abbâs del secolo XI a noi noti nella versione:

“Favara dei due laghi, ogni brama in te si conclude:
vista soave e spettacolo mirabile...

Le tue acque si diramano in nove rivi
o superbi ramificati rivi!

Dove i tuoi laghi si incontrano..

O splendido lago dalle due palme:
o regale castello che il lago circonda!

I rami dei giardini sembran chini ad ammirare i pesci delle tue acque...

gli aranci superbi dell’isoletta
sembrano altrettanti fuochi ardenti su rami di smeraldo.

E i limoni?
Essi sembrano avere il pallore di un amante,
che ha trascorso la notte dolendosi per 1’angoscia della lontananza.

E quelle due palme son quasi due amanti
che per porsi al riparo dei nemici si siano eletto là un robusto castello”.


Aggiungiamo i bei versi di al-Billanubi, anche lui poeta arabo di Sicilia del secolo XI:


La palma

A volte andai di notte in un giardino munito di un recinto, in fiore
come giovinezza, mentre placide eran le stelle nel firmamento.

Nelle pupille del narciso, in quel giardino, brilla la rugiada come degli
innamorati il pianto, ma il narciso è [più] paziente.

Ivi sorridon le bocche delle camomille e rosseggian le guancie degli
anemoni.

Si muovono sui rami i frutti loro, come ondeggiano i seni del
salice.

Contro quelle piante la spada sfodera un ruscello, dall’acqua fresca
e dolce come saliva.

E le palme nude [nel tronco] si ergon d’ogni parte, senza velo
alcuno, ma nella chioma hanno collane di datteri.


Musa abbandonata ai nostri giorni, in Sicilia come altrove, Calliope non ispira più i poeti a cantare le palme che invece ricevettero nel passato innumerevoli e preziose liriche e canti. Unica eccezione attualmente in Italia, a Roma, il poeta delle palme è Sangiuliano:

Siciliette festose, vetrigli, roba
fresca e fiorita intorno a quei zampilli
del bibitaro, beato lui, quell’acqua,
a viappia antica sempre ricoperta
da una volta fronzuta e sfogliavi l’album
degli animali, i pappagalli, gli occhi
di certe donne, sono tutti posti
 dove stanno le palme.


In tutto il suo lavoro Salvatore Cusa fa riferimento, oltre ai testi già altrove noti, a “Il libro della Palma” di ‘Abû Hâtim ‘as Sígistâni, celebre filologo arabo di Bassora ove visse ed ove morì probabilmente nell’anno 877. “Basra è stata sin dai remoti tempi rinomata pei suoi magnifici palmizi, e i suoi datteri sono tra i più squisiti del mondo. Chi meglio di Abu Hatim avrebbe potuto scrivere sulla Palma ? di lui che per tanto tempo respirò, lì, l’aura fresca di quei deliziosi giardini, ammaestrando come gli antichi Academici sotto i portici, al rezzo delle maestose sue foglie? ”. Grazie alla riedizione dell’opera di di Salvatore Cusa ci è così concesso di leggere sulle palme del primo millennio e del secondo. Un gran buon augurio per gli uomini del terzo millennio che non vogliono perdere il filo del discorso.

Francesco De Santis

1 Pietro Laureano - Sahara giardino sconosciuto - ed Giunti 1989
2 Salvatore Cusa - Archivio storico siciliano - anno I - pag. 310 - 1873
3 Luigi Fenaroli - Le Palme e i loro usi - ed. Dante Alighieri -1949
4 Luigi Fenaroli - op. cit.
5 Gianfranco De Micheli - Lo Stile della Palma - Michelangelo - gennaio -giugno 1995 - Filosofia e dintorni - pag.  56 -  Ed. Maria Eugenia Miano.
6 in Kîtáb ‘al Nahlah (Il libro della palma) dell’autore arabo ‘Abû Hâtim ‘as Sígistâni del IX secolo riportato da Salvatore Cusa op. cit. pag. 311, ed anche
in Kitáb ‘al Fotuhat ‘al Makkiya (Il libro delle conquiste spirituali della Mecca) di Ibn Arabi arabo di Andalusia del sec. XIII riportato da Pietro Laureano op. cit. pag. 277.
7 Corano, sura LV: I Misericordiosi, v. 56 e seguito.
8 Ministère de la Coopération - République Française - Les Cocotier production et mise en oeuvre dans l’habitat - GRET - 1986
9 Alain Hervé - Les Palmiers de la Côte - ed. Rom. - 1995
10 Pietro Laureano op. cit.
11 Pietro Laureano op. cit.
12 Alain Durnerin - Histoire des Palmiers - pag. 49 - Ed. Champflour - 1990
13 Alain Hervé - L’Homme sauvage - pag. 9 - ed. Stok 2 - Paris - 1979
14 Salvatore Cusa op. cit. pag 313
15 Alain Hervé - L’Homme sauvage - pag. 10 - ed. Stok 2 - Paris - 1979
16 Salvatore Cusa op. cit. pag 310

17 Salvatore Cusa op. cit. pag 310
18 Ibn Arabi - Kitab ‘al Fotuhat ‘al Makkiya  (Il libro delle conquiste spirituali della Mecca) vol. I p. 126 - Ed. Del Cairo. 1329 - cit. in Pietro Laureano - Sahara giardino sconosciuto - ed Giunti 1989
19 Alfredo Cattabiani - Floralio - ed. Mondadori -1997
20 Salvatore Cusa op. cit. pag. 345
21 Traduzione di: Andrea Borruso - Cattedra di Lingua e Cultura araba - Facoltà di Magistero - Università di Palermo
22 Sangiuliano - Poesia inedita -1997
23 Salvatore Cusa - op. cit. - pag. 33

Roma 19.03.1998











































 
Torna ai contenuti | Torna al menu